Da casa a casa

 Non è facile decidere da quale viaggio far partire il racconto, ma direi che il primo viaggio da solo in Sardegna è un buon inizio per definire le influenze che hanno determinato il bischero a giro per il mondo.

Per una serie di vicissitudini, mia madre aveva seri impedimenti di salute per potere venire con me e mia sorella in Sardegna, come eravamo soliti fare ogni anno, qualche giorno dopo la chiusura delle scuole. Mio padre, seppure per motivi legati al suo lavoro, non aveva il tempo per intraprendere un'andata e un ritorno, che, per quanto veloci, erano sempre un viaggio, La decisione dei due, per quanto sbalorditiva, ai giorni nostri,  fu quella che avrei fatto il viaggio, per andare a passare l'estate dai nonni, da solo.

Sarebbe stata una cosa normale se non volessimo considerare il fatto, tutt'altro che banale, che avevo otto anni. Oggi per la stessa scelta sarebbero stati passati per le armi da orde di psicologi idioti, ansiosi di tutelare la salute fisica e psichica dei fanciulli, contro la sovrastante perversione dei grandi, avremmo auspicato l'intervento del "Telefono Azzurro" e la pena severa per abbandono di minore. Ma allora non funzionava così e quindi era in arrivo la mia prima esperienza di viaggio in solitaria.  

Comunque siano state le cose, mio padre mi accompagnò fino alla stazione centrale, mi consegnò la mia valigetta con le poche cose che mi portavo dietro e riassunse le indicazioni per la mia piccola grande avventura: il treno da casa fino a Civitavecchia, poi la nave della Tirrenia, poi ancora il treno, uno  dei due che aspettavano all'arrivo della nave, dovevo fare molta attenzione che fosse quello con destinazione Sassari, con l'altro mi sarei ritrovato a Cagliari...e poi, una volta alla stazione di Sassari "sa littorina", come la chiamava mia nonna, fino al paese, un'ora di viaggio per coprire  poco più di trenta chilometri che separavano il capoluogo dal paese..

Il tempo non si ferma e neppure il treno, quando arrivi l'ora della partenza e fu così che mi ritrovai in uno scompartimento di seconda classe delle Ferrovie dello Stato, orgoglioso della mia tessera di figlio di militare, ove erano stati racchiusi i titoli di viaggio, ero piccolo di statura, ovviamente e quindi la mia valigia raggiungeva il ripiano sopra i sedili, solo grazie all'aiuto di un adulto presente nello scompartimento.

"Civitavecchia, stazione di Civitavecchia" l'annuncio dell'altoparlante segnalò che dovevo scendere, cosa che feci con molta disciplina, si trattava ora di raggiungere il molo della Tirrenia, dove era attraccato il piroscafo, come allora lo chiamavano in famiglia. Cosa ci può essere di meglio che chiedere a un "grande" di accompagnarmi? Individuai le mie guide osservando le persone (i sardi erano riconoscibili) con valige che parlavano una lingua diversa dall'italiano, mi avvicinai e dissi loro che viaggiavo da solo e se avessi potuto andare con loro fino alla nave.

Ovviamente la risposta fu affermativa, mi accompagnarono fino alla scaletta d'imbarco, ci salutammo sulla nave e io cercai il mio posto per la notte, ma non fu una notte di sonno, fu una notte di avventura alla scoperta della nave e degli umani che la popolavano, fu la scoperta della morra, gioco di prontezza praticato dai militari che tornavano a casa in licenza, fu la scoperta di questo piccolo grande mondo che viaggiava sull'acqua, dove aleggiava uno strano odore di nafta, mista a vernice, mista a sa iddio cosa: insomma, l'odore del "piroscafo".

Forse lì mi resi conto per la prima volta del mio bilinguismo, loro giocavano parlando in sardo e io li capivo, capivo i numeri che annunciavano, capivo il "mudu" quando cambiavano avversario e capivo le analisi del gioco e gli scambi d'opinione a fine partita, capivo le persone che mangiavano sul ponte il pane e l'uovo sodo che si erano portati per il viaggio, comprendevo quello che dicevano, anche se non era la stessa lingua che avevo imparato a scuola e che abitualmente usavo in "continente", avwevo conoscenza di quello che dicevano gli altri e mi rendevo conto che quella conoscenza non era patrimonio di tutti quelli che frequentavo nella mia vita al di fuori dell'estate.

Fu una strana sensazione quella che sviluppai prendendo atto di quanto particolare fosse quello stato di cose, forse, e ripeto forse, per la prima volta in vita mia maturai una strana consapevolezza, avevo lasciato la mia casa, per andare in un altro posto, certamente diverso, ma che sentivo ed era, comunque, sempre casa mia, almeno per me. 

Una sensazione che, fra mille incertezze, mi ha accompagnato per tutta la vita.


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